Fuori tempo massimo: Medley

 

Ci commuoviamo, ma ci sentiamo anche dolcemente intelligenti, all’ascolto di Brassens che con la sua voce suadente e ironica canta: “moriamo per delle idee, va beh, ma di morte le-e-e-enta”, poi postiamo video in cui i gloriosi combattenti curdi, armeni, arabi, turkmeni ed internazionali vanno ad affrontare la morte per la rivoluzione, “non solo nel Rojava, ma nel mondo intero”.

Ci sta. Dentro ognuno di noi convivono persone diverse, in contraddizione e lotta tra loro.

Credo che mi rimbalzassero questi pensieri inespressi in un angolo della mente  stamattina, quando durante il caffè mi è venuto l’impulso inaspettato di riascoltarmi una delle canzoni meno note dei Pogues. Niente altro poteva spiegare come mi fosse venuto in mente questo brano, in un momento in cui nè la musica irlandese nè i Pogues hanno un particolare peso nella mia vita, ed i loro album erano tutti fuori dalla portata delle mie mani.

“Medley” (1988) parte con una canzone antimilitarista: mentre l’autore se ne va a spasso incontra un sergente reclutatore: che bel ragazzo che sei, come staresti bene in divisa! Non è che ti piacerebbe fare un giro nelle Fiandre? In divisa può darsi, ma lo zaino è pesante! Oh no, ti facciamo noi un bell’addestramento, e le trincee sono così comode e calde che non si sente nemmeno un alitino di vento. Sì vabbè, e se si mette a nevicare? Venga il sole la pioggia o la neve, non ci vado davvero nelle Fiandre, ci vadano gli Inglesi a combattere le guerre degli Inglesi! E fa l’occhiolino ad una bella ragazza di passaggio, saluta il sergente e se ne va per la sua strada.

Il testo è ironico, il ritmo è una marcetta militare ferma e tesa, la voce di Shane MacGowan vibra come una corda di basso. Le parole erano state scritte da Seamus O’Farrell nel 1915, un anno prima dell’insurrezione di Pasqua, ed in esse si percepisce una sottile vena di nazionalismo e di ostilità anti-inglese che alle nostre orecchie stona un poco.

Fu chissà forse proprio per questo che i Pogues,  nella loro infinita saggezza, le accostarono qualcosa d’altro. Proprio mentre ci si aspetta la fine del brano, il ritmo si fa più incalzante, spezzato e rapido: ad un episodio legato alla guerra si succede la descrizione di una giornata alle corse dei cavalli. Il viaggio in treno, la folla colorata “di rosa, blu, d’arancio e verde: i colori della nostra nazione”… lo scalpitare delle bestie prima della partenza, il rumore degli zoccoli lanciati sul terreno “le bestie impazienti, i loro piedi toccavano appena terra, la velocità era così incredibile in quel piccolo strano giorno”. Ed ecco che inizia a delinearsi un piccolo miracolo: il verde degli Irlandesi si mescola all’arancione degli Orangisti ed al blu degli Inglesi, va a sapere chi fossero i rosa, forse le donne che sono un mondo a parte, si sa. E “c’era mezzo milione di persone, di tutte le dominazioni: Cattolici, Protestanti, Ebrei, Presbiteriani, e nessuna animosità in barba alle convinzioni, ma solo dolce ospitalità che induceva una fresca gioia”.

Dalla descrizione di una qualsiasi manifestazione sportiva, qualcosa di fondamentalmente sciocco e privo di senso in cui chissà perchè ci si diverte ad ammirare altri che fanno ciò di cui noi non siamo capaci, ecco che i Pogues hanno tratto un quadro di tutt’altro genere. Racconta la speranza di una società tranquilla, piena di rispetto reciproco, bellezza e piacere: un mondo laico, sotto sotto. Ma, a me sembra che ci stiano dicendo, attenzione: tutto questo può succedere quando le persone possono avere le loro piccole manie, i loro spazi per coltivare divertimento e vizi: perchè chi scommette sulle corse di cavalli ad una grande festa piena di musica e colori, in fondo in fondo, probabilmente non glie ne frega niente di tutte le altre questioni di infima importanza come Dio o la Patria, ma pensa solo a godersi intensamente il piacere che tutto ciò gli prova.

Non è un quadro completo dell’esistenza umana, poichè in noi c’è il desiderio di guerra e il bisogno di aggressività quanto il desiderio di pace e armonia. Non è un quadro completo dell’esistenza umana, ma è bello da guardare. Mi ci perderei per ore.

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