Eccitazione

Adoro l’euforbia.

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Amo il fiore che fa finta di non essere un fiore, verde lucente come lo smeraldo, la pianta lattescente e velenosa che colonizza i campi di granturco rimasti diserbati dall’autunno precedente, e li ricopre di un cuscino lucente da cui per pochi giorni in primavera soffia un profumo raro per delle erbacee, intenso e pungente, dolce e aspro insieme, un po’ come il tiglio ma più duro, come di pianta che non ha avuto a disposizione i mesi di caldo per far scorta di mollezza, e tu ti chiedi da dove vengono tutti quei semi se l’anno precedente non c’era un filo d’erba a pagarlo oro, in quel terreno.

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Erba che non si lascia divorare, dovrai avere a che fare con il tuo stomaco se ci provi, ma condivide con tranquillità lo spazio con chi la lascia in pace, sicchè si alterna e si mescola con l’azzurro della veronica, che fa un polline grigio che in questa stagione dà da mangiare alle mie piccole, ed ha color di occhi di ragazza.

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Cerco di tradurre in parole l’eccitazione che mi scorreva addosso e dentro ieri pomeriggio,

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le gambe che facevano ancora male dalla neve del giorno prima, il sole che si riversava sulle spalle, e il verde e il bianco delle montagne lontane e finalmente una luce da far male agli occhi.

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Guardarsi attorno e scorgere le foglie che premono, quasi sentire la linfa che si sveglia, si agita, come se i rami si stirassero. Macchie e macchie di colore in ogni direzione, e nuvole degne di Dalì sopra la mia testa, e camionisti che mi suonano contro se passeggio a bordo strada rischiando la vita per fare quattro foto e tentare inadeguatamente di fissare il momento.

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E poi arrivare a casa, e andare a trovare le signorine, finalmente, e trovare che tutte le famiglie sono sopravvissute all’inverno, che tutte le regine sono a posto e performanti, anche quella che l’anno scorso non deponeva, che l’inverno è stato talmente caldo che abbiamo già i primi fuchi, incredibile, e possiamo finalmente separare i nuclei che sono stati invernati in condominio per tenersi caldi l’un l’altro, sapendo che anche se una regina muore sua figlia potrà sostituirla. Il condominio ha funzionato, ed anche l’iniezione di covata nella famiglia debole di Giapsterio, Sally e Klaus, effettuata poche settimane fa quando ormai tutto sembrava perduto. Unico problema, la famiglia che l’anno scorso abbiamo riunificato ha una quantità incredibile di varroa, per la stagione, e saremo costretti a farle un ossalico di emergenza probabilmente. È molto nervosa, infatti, e mi affibbia le prime tre punture dell’anno, di cui una alla mascella, dolorosissima. Come ogni inverno, avevo dimenticato quanto potesse far male. Nella foto, natura viva con fuchi, regina, ape parassitata e mani di apicoltore trionfante.

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(ma nel caso non riusciste a individuare alcuni degli elementi  del titolo, qui di seguito forse si vedono meglio )

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Madama Primavera, oggi, si è comportata come certune adorabili signore, che dopo essersi fatte attendere e desiderare e sospirare, ti si presenta davanti all’improvviso: certo tu non la puoi rifiutare, e trascorri con lei una giornata meravigliosa, a godervi la reciproca presenza, inebetito di beatitudine dal suo calore e dalla sua bellezza, ed ecco che quando ti sei illuso che sarebbe rimasta, ella sparisce e se ne va, lasciandoti trovare al risveglio un mondo grigio e freddo. Ti alzi lo stesso dal letto, fai la doccia, sospiri mentre guardi fuori col caffè in mano. Tornerà?

 

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