Femministi 2.0

 

 

lucaenoch

 

…e poi ti trovi il tuo conoscente, quello che scopa in giro senza il preservativo, quello che molte di loro erano convinte di essere l’unica, quello che alla ragazza con vent’anni di meno, appena uscita in modo traumatico da una storia con tutte le fragilità del caso, alla proposta di lei: stavolta lo usiamo, no?, aveva risposto: beh, ma tanto se dovevi prenderti qualcosa te lo sei già preso la volta scorsa! …ti trovi lo stesso tipo, dicevo, che condivide post femministi sui social network, e ti esce il fumo dalle orecchie e hai questa reazione iraconda del tipo: ma guarda questo ipocrita del cazzo!!! Mai definizione fu più appropriata. E una parte di te dice: ok, magari è cambiato, magari ci ha pensato su, una seconda chanche non si nega a nessuno. Ma poi c’è l’Andreotti in te che sussurra: ragazzo, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…

Just a pawn in their game

Ed una volta che ci fossero consegnati i veri autori materiali delle torture su Giulio Regeni? Capri espiatori (non certo innocenti) di un regime dittatoriale brutale che uccide e tortura centinaia se non migliaia di oppositori, con l’appoggio dei governi occidentali. Tutto il resto degli apparati di sicurezza resterebbero al loro posto e si limiterebbero a fare un po’ più di attenzione quando devono torturare un occidentale. La famiglia di Giulio, che ieri ha mostrato una dignità ed un coraggio incredibili, può spingersi fino ad un certo punto, ma noi dobbiamo continuare a ripeterlo: la radice di questi orrori è la stessa permanenza al potere di un generale golpista e brutale come Al Sisi. I governi occidentali, il governo Renzi in primis, è complice e colpevole e ha le mani macchiate del sangue di Regeni e delle centinaia o migliaia di altre vittime per noi anonime, tutto in nome delle maledette estrazioni petrolifere dell’ENI.

Raccolto

Sono iniziati i raccolti di primavera. Nella foto, costruzioni naturali in un nucleo inarniato in cui per pochi giorni era rimasto dello spazio vuoto. Non sono abbondanti ma è sempre qualcosa da celebrare. È arrivata, stavolta!

 

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Black panthers et al.

I ghetti delle città statunitensi erano probabilmente molto peggiori delle banlieues europee, e lo stesso dicasi per la vita nel sud degli Stati Uniti. Perchè i movimenti di liberazione dei neri non hanno mai dato origine a fenomeni di tipo terroristico? E non venitemi a tirar fuori l’Islam: per quanto io non abbia nessuna simpatia per la religione, Malcolm X non ha mai fatto niente del genere. E nemmeno Farrakhan, che non è certo il mio idolo.

 

(Nota: considero le Black Panthers un gruppo rivoluzionario, ma non terroristico per via dei suoi metodi che non comprendevano l’omicidio di massa indiscriminato a fini politici.)

Pesci

“Il guerrigliero è un pesce che ha bisogno dell’acqua per nuotare” (Mao).

La stessa cosa vale per il terrorista, che si distingue dal guerrigliero solo per il fatto di colpire obiettivi civili scelti a caso (è questo che ne fa un terrorista)  ma non per i metodi di spostamento, finanziamento, logistica.

Corollario: non puoi prendere tutti i pesci, devi piuttosto prosciugare lo stagno.

 

(Bruxelles, 22/03/2016)

Alla guerra, alla gloria

 

 

Ascolto le canzoni sulla guerra di Marco Paolini, studio i quadri di Ugo Pierri. Maestri, non vogliatemene per quanto segue.

Mi sembra incredibile quanto l’analisi del militarismo delle persone e dei movimenti che potremmo genericamente definire “di sinistra” sia arcaica, e legata ad un periodo storico che non esiste più.

Certo, è importante ricordare. E certamente quando vedo il quadro che rappresenta un generale col fucile al posto dell’uccello, o con un fiotto di sangue che esce dai quattro arti mozzati, capisco benissimo che hanno un significato ancora attuale, allo stesso modo in cui non posso ascoltare Il Sergente nella Neve senza emozionarmi profondamente.

Eppure tutte queste narrazioni si riferiscono al periodo degli eserciti di massa (“cittadini in armi”, nella versione statunitense, messa in crisi dalla guerra del Vietnam). È un dato di fatto talmente banale da non parere nemmeno il caso di menzionarlo, che al giorno d’oggi la guerra la fa chi vuole, è una scelta propria e personale.

Nell’ultima frase, evidentemente, distinguo tra “fare la guerra” e “subirne le conseguenze”.

Ma questo dato di fatto banale ha delle ripercussioni profonde sulla stessa natura del militarismo, e sulla struttura sociale in generale.

“Non trasformare mio figlio in un soldato, in lacrime la mamma grida”… Non esiste praticamente più il fenomeno del coscritto che piange sotto il peso dello zaino maledicendo chi l’ha costretto ad abbandonare casa mamma moglie e figli.

Con questo non voglo negare l’esistenza di figure affini: il reduce con sindrome da stress post-traumatico, il volontario che si è arruolato per motivi economici e quando è il momento si chiede chi glie l’abbia fatto fare, il soldato che si è ammalato per l’uranio impoverito o per i carburanti tossici, e perfino il militare che ha commesso atrocità ed ora è in preda a problemi con la propria coscienza. Questi tuttavia sono gli scarti di produzione del processo bellico industriale, scorie fastidiose che si butta in qualche discarica psichiatrica o si abbandona semplicemente sul ciglio di una strada.

Il racconto antimilitarista classico, ancora in auge, si basa sull’idea di un potere superiore che schiaccia l’individuo in modo brutale, disinteressandosi del fatto che interi battaglioni vengano sterminati, che intere generazioni vadano perdute: gli alti ufficiali pronunciando discorsi altisonanti cercano di inculcare nelle masse incolte il concetto di Patria per la quale morire, e poi le mandano al macello incuranti che i discorsi abbiano convinto qualcuno o meno: tanto al limite ci pensano gli ufficiali di grado intermedio e i carabinieri a gestire i riluttanti. Siamo ancora legati all’immaginario di Orizzonti di Gloria o di Un anno sull’altopiano.

Qualsiasi esercito moderno che si comportasse in questo modo si scioglierebbe nell’arco di poche settimane, soprattutto in situazioni relativamente democratiche con un alto livello di istruzione come quelle degli stati occidentali. La Russia e la Cina sono un discorso a parte: ma faccio notare che la Russia ha spedito in Siria praticamente solo truppe scelte (compresa l’aviazione e la marina), mentre la Cina ha un esercito imponente di stampo tradizionale che però non si spinge mai al di là dei propri confini e, secondo alcune analisi, non sarebbe nemmeno in grado di conquistare miltarmente Taiwan: in pratica, un esercito votato principalmente all’autodifesa.

Al giorno d’oggi, finchè non finisce tra gli scarti di guerra un soldato o un marinaio è un prezioso investimento che deve essere tutelato e salvaguardato. Lo stato spende centinaia di migliaia di euro per mantenerlo, addestrarlo, tenerlo aggiornato, insegnargli l’uso di sistemi complicati di interfacciamento e tenerlo in forma. Un simile investimento non può essere mandato semplicemente allo sbaraglio sotto il fuoco delle mitragliatrici.

È proprio per questo motivo che è importante che il soldato operi volontariamente la propria scelta: non si possono affidare milioni di dollari di investimento a persone scarsamente motivate scelte a caso tra un gruppo di coscritti illetterati che in qualsiasi momento possono prendere e decidere di passare le linee, disertare o semplicemente parlare con i giornalisti: anche così, il rischio è elevato (vedi il caso Manning), figuriamoci con eserciti di leva.

Perciò da una parte si assiste ad una normalizzazione dell’istituzione militare: diventa un mestiere ben pagato ma quasi qualsiasi, con compiti vicini alle forze di polizia: pensiamo non solo al ripetuto usi di soldati per il pattugliamento delle strade -Vespri Siciliani ha fatto scuola-, ma anche all’uso della marina militare per il salvataggio in mare dei profughi (con tutte le critiche che si possono fare, l’Operazione Mare Nostrum ha tratto in salvo circa 100.000 persone e il numero di morti in mare in quel periodo è calato sensibilmente: il parere non è mio ma di Gabriele del Grande, di FortressEurope, non certo un militarista antiimmigrazione). Le immagini che ci vengono mostrate sono quelle di uomini che salvano altri uomini (e poco importa che molti di loro lo facciano malvolentieri, a quel che mi raccontano dei testimoni diretti).In un modo diverso, il pilota di droni è un tranquillo impiegato che fa il suo lavoro, uccide un po’ di sconosciuti da lontano, senza nemmeno sentire l’accellerazione dei motori e l’adrenalina dei passaggi a bassa quota a velocità supersonica, e poi se ne torna a casa a cena. Ho l’impressione che questa, o simili, sia ormai la quotidianità per la stragrande maggioranza di persone che lavorano per le Forze Armate.

Dall’altra parte, invece, assistiamo ad un’esasperazione del culto della forza, ed in particolare delle forze speciali, che vengono ormai chiamate in causa ad ogni occasione, non appena ci si trovi con il prurito da boots on the ground: si tratti dell’idea di bucherellare i barconi prima che salpino, del bisogno di addestrare i Kurdi al combattimento o della necessità di avere qualcuno che indichi con precisione le coordinate da bombardare.

Quello che mi preme sottolineare è che questo tipo di approcio permette di soddisfare delle necessità profondamente radicate in molti esseri umani, lasciando in pace gli altri che, non avendo accesso facile alle armi nè desiderio di averlo, non creeranno praticamente problemi. Non capiremo mai la guerra ed il militarismo, se non capiamo che rispondono a dei bisogni che, se non sono universali, sono comunque estremamente diffusi: il bisogno di appartenenza (ad una tribù, ad un popolo, ad un reparto o ad un corpo), e soprattutto il bisogno di adrenalina ed il piacere per l’autoaffermazione di sè: sposandosi in una famiglia non tradizionale, queste tre necessità danno origine al piacere dell’affermazione della propria Patria (o della propria squadra del cuore). Nel caso della guerra, l’autoaffermazione di sè passa anche attraverso l’uso della violenza, che è uno strumento rozzo ma estremamente efficace per il soddisfacimento di questa necessità, per chi la prova.

La furbata del militarismo moderno, possibile per via del progresso tecnologico, è stata rendere disponibile solo a chi fosse interessato, e non più obbligatorio per tutti, questo piacere primitivo.

Primitivo e semplice. Il vecchio, caro slogan degli hippies: “fate l’amore e non la guerra” mancava completamente il problema in quanto, pur essendo realistica una certa connessione tra aggressività e frustrazione sessuale, si tratta comunque di due pulsioni completamente diverse che non possono essere soddisfatte insieme: sarebbe un po’ come se qualcuno dicesse: “mangiate cose deliziose, non dipingete quadri”. Il piacere dell’adrenalina, di prevalere sull’avversario e di vederlo a terra, il piacere della competizione fisica, possono forse essere sublimati (come diceva Lorenz) attraverso l’attività sportiva specialmente se pericolosa, ma non possono essere compensati dal piacere sessuale, per quanto intenso. Lo stato, in ogni caso, non ha necessità di persone che sublimino questi bisogni, ma di persone disponibili a metterli in atto in cambio di appropriati incentivi: stipendio e gloria. Senza contare che la violenza fornisce una gratificazione immediata, istantanea, relativamente facile da raccogliere: una mazzata in testa al nemico e via a festeggiare assieme alla tribù. Oppure guidare mezzi corrazzati rumorosi e imponenti a cui mai le finanze private darebbero accesso, lanciarsi nell’azzurro del cielo o viaggiare a bordo di costosi elicotteri, maneggiare costosi raffinati affascinanti fallici fulcili di ultima generazione… Trovare qualcuno con cui fare a botte o fare la guerra è facilissimo, mentre per trovare partner sessuali bisogna lavorare su sè stessi, trovare un’intesa con l’altra persona, mettersi in gioco, affascinare, lasciarsi affascinare ed esporsi al giudizio…inoltre, durante i festeggiamenti per la morte del nemico, per l’eroico uccisore trovare un partner sessuale è presumibilmente molto più facile. Venere è l’amante complicata di Marte, non la sua nemica.

L’idea che la violenza possa essere un piacere istintivo(uso questo termine per brevità) vi repelle? Condivido, non piace nemmeno a me. Eppure immaginatevi per un attimo che lo stato tentasse di obbligare milioni dei propri cittadini a nutrirsi di mosche vive, o di qualche altro materiale universalmente considerato ripugnante per motivi evoluzionistici, e non solo una volta ma per anni e anni di seguito. Credete veramente che gli stati sarebbero sopravvissuti per secoli tentando di imporre comportamenti del genere? Qualsiasi battaglione ammazzerebbe immediatamente i propri ufficiali se venisse introdotto un tale obbligo…eppure i soldati sono stati mandati ad uccidere e a morire per secoli, e la quantità di ribellioni che ciò ha provocato è stata ridicolmente bassa rispetto ai milioni di casi di ubbidienza. Uccidere e rischiare la vita non sono comportamenti ripugnanti, ma a molti danno piacere e nella migliore delle ipotesi alla maggioranza di noi non sono estranei.

In realtà, discorsi affini si estendono anche al militarismo di formazioni non statuali. Immaginatevi di essere un militante dell’Isis subito dopo gli attentati di Parigi. Immaginatevi l’esultanza, la sensazione di vittoria, l’idea di stare costruendo qualcosa di importante alla faccia dei cattivi, insieme ad altri compagni affini che come voi stanno dalla parte del Bene e del Giusto, magari di Dio stesso. Punire assieme i nemici, e costruire qualcosa di meraviglioso che risponde ai nostri sogni più profondi, vincendo al contempo solitudine ed alienazione. Non riuscite ad immedesimarvi? Allora ripensate alle giornate che precedettero Genova 2001. Ripensate all’eccitazione che molti di noi provarono alla notizia, che rimbalzò di telefono in telefono: è stata violata la zona rossa! Ripensate all’odio verso le forze dell’ordine, alle interminabili riunioni di preparazione, alle tute bianche che si preparavano allo scontro (“non violento”) con gli enormi scudi di plexiglass e le armature di polistirolo espanso e bottiglie di plastica in testa. Ripensate alle cupe tradotte dei volontari che partivano, la sera della morte di Carlo Giuliani, con il timore in corpo di poter essere i prossimi, ma scarpe rotte eppur bisogna andar.

Non sto dicendo che ISIS e movimento di Genova fossero la stessa cosa: sottolineo le affinità nei processi psicologici profondi.

Il nuovo militarismo uccide e devasta vite e luoghi quanto quello precedente. Ma non è più lo stesso di una volta. Sposa l’ipertecnologia a caratteristiche barbariche che parevano o si speravano perse con l’avvento degli stati nazionali: il volontarismo, e il piacere della violenza portato all’estremo da chi ne sente il bisogno. Aggiungo che a mio parere tutto ciò fa parte dell’involuzione antidemocratica che è generalizzata nel mondo moderno: “se separi i cani dalle pecore, queste non riusciranno mai a ribellarsi”, diceva Heinlein. Soprattutto se i sistemi d’arma sono raffinati e costosissimi, aggiungo io. Sarebbe interessante capire a cosa sia dovuto queste generale andamento antidemocratico. Ma questo è un altro discorso, molto lungo.

Chiudo.

Buona giornata,

Scialuppe