Io c’ero, io mi ricordo

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Centoquarant’anni di condanne ai NoTAV per i fatti del 3 luglio.

Io il 3 luglio c’ero, in Val di Susa. Ero rimasto nella zona “tranquilla” della manifestazione, per vari motivi. Quella dei vecchi, tanto per capirci: si sapeva benissimo che in alto, sui prati, ci sarebbero stati scontri perchè il movimento avrebbe provato a tagliare le reti. Io non conoscevo il terreno, ero stanco e sì, forse c’era anche un poca di vigliaccheria. Non mi ero mai trovato in una situazione di scontro fisico, al punto che tra i compagni della mia città girava la barzelletta che “se viene Scialuppe è tutto tranquillo”.

Mi ricordo nel prato alla fine del corteo, stesi all’ombra dopo chilometri di camminata, stesi lì a mangiare un panino e chiacchierare del più e del meno, e all’improvviso qualcuno che urla: “portate via i bambini, portate via i bambini!”, e i lacrimogeni che iniziano a piovere da tutte le parti, le parabole alte della scia di gas in arrivo in mezzo ai rami. La a folla sbanda, i vecchi camminano via, non sembrano spaventati, si allontanano di qualche centinaio di metri e restano a guardare dalla strada, in alto. Io respiro per la prima volta il gas e mi sovviene di quando ho dovuto uccidere delle api ammalate con l’anidride solforosa, l’odore arriva diretto in gola e sembra che te la stiano grattando con la carta vetrata.

Poi non riesco più a ricostruire esattamente la successione. Non ricordo quando ho messo il casco. Ricordo la prima volta che vedo un carabiniere che mi punta un lanciagranate  in faccia e fa fuoco, da una quindicina di metri di distanza. Succederà di continuo, i lacrimogeni lanciati a traiettoria tesa, in faccia alla gente. Mi piego in avanti per esporre il casco anzichè il viso, e sono fortunato perchè nessun bombolotto mi colpisce. Mi trovo tra le mani un secchio, non so chi me l’ha dato, lo riempio d’acqua e inizio a raccogliere lacrimogeni e buttarceli dentro, andrò avanti così per ore. Qualcuno lo butto anche nel torrente, e penso “poveri pesci”.

Vedo i carabinieri fare la testuggine e tentare una carica, fanno impressione a vederseli venire addosso, e i manifestanti che ci difendono con una sassaiola intensissima. I Carabinieri sono costretti ad indietreggiare. Una, due, tre volte. Andrà avanti tutto il pomeriggio. Dio benedica quei sassi e chi li tira! Vorrei andare con loro ma qualche strana forma di riluttanza mi trattiene ancora. Forse è ancora paura, ma di un tipo diverso: di scatenare la bestia, la paura di essere parte di una folla anche se amata, la paura di sentirmi troppo virile e guerriero…poi non mi piace tirare sassi, nemmeno agli sbirri. Benedico mille volte chi lo fa, e mi aggiro tra di loro a continuare a raccogliere lacrimogeni e spegnerli, buttarli lontano con il viso riparato da un cazzo di fazzoletto assolutamente inutile e gli occhialini da piscina che si riempiono di lacrime, e dopo un po’ li butto via.

Ad un certo punto mi allontano, non ce la faccio più, ho bisogno di aria. Una bella donna, sui quaranta, mi racconta del figlio più grande “che è lassù nei prati” e del più piccolo “che ne ha dodici e gli sto insegnando le stesse cose e tra qualche anno sarà nei prati anche lui”. Mi commuovo, in modo un po’ puerile ma sto perdendo il controllo dei nervi. Mi aggrego a un gruppo di gente che cerca di aggirare gli sbarramenti in modo da attirare un po’ di sbirri nella nostra direzione. Il caldo, la sete, camminare in mezzo al bosco, poi su una strada sterrata in mezzo alle vigne sotto il sole, un elicottero che ci segue, a passo d’uomo sopra di noi, poi “loro” che arrivano dall’altra parte della strada, sono in troppi, corriamo via, io prendo per i grembani e mi cappotto in un fosso, perdo il gruppo, trovo altri due dei nostri, uno è belga, iniziamo a salire fuori dalla strada. Da lontano vediamo passare un cellulare aperto, dentro c’è qualcuno, lo stanno picchiando con i manganelli. Arrivano informazioni da panico: ci sono decine di ferite, è una nuova Genova. Ricordo Scazza che me le riferisce con la sua solita tranquillità un po’ misteriosa. Non è vero ma non è nemmeno falso. Lì non c’è più niente da fare, non si passa, torniamo indietro.

La pioggia di lacrimogeni è diradata, gira voce che abbiano esaurito le scorte ed è possibilissimo, continuano le cariche e continuano ad essere respinti. O questo era prima? Lunghi vuoti di memoria. Mi raccontano di Beppe Grillo che era lì, a dare il suo sostegno, poi qualcuno dice che quando i lacrimogeni sono finiti si è messo a contrattare con gli sbirri per una cessazione delle ostilità…e per un momento lo odio, come si è permesso adesso che avevamo vinto? Potevamo dargli un salvacondotto e farli uscire illesi e sbeffeggiati dalla cantina requisita che usano come caserma, e rifarla diventare nostra…alla faccia delle decisioni condivise, ecco che arriva il nuovo capo. La giornata è finita, i vestiti puzzano di lacrimogeno e sudore. Cammino in su verso Chiomonte, mi siedo su un muretto, mi tolgo il casco, ci metto dentro i guanti, Una vecchietta mi rivolge la parola in francoprovenzale o nonsochecazzo, la guardo, le rispondo signora, se vuole le posso parlare in friulano e magari ci capiamo pure, che ne dice? Scusa, ti avevo preso per uno dei nostri, grazie che sei venuto. Ce la raccontiamo un po’, non mi ricordo niente ma so che mi sento a casa. Cazzo che bello. Mi piace questo posto, mi piace questa gente. Arrivederci, signora. Ci raduniamo alle macchine e Patatopo mi abbraccia ridendo: ce l’hai fatta! Ti ci voleva una manifestazione pesa eh? Finalmente!!!

Mi guarda, ride, ha la stessa faccia di quando scopriva con chi scopavo.

 

 

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